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02/02/2010
Attacchi trappola
Nadia Fanchini domenica ha subìto un grave infortunio, e i materiali non hanno contribuito alla salute della bresciana. Urge cambio di rotta!
Domenica mattina le urla di Nadia Fanchini hanno fatto il giro del mondo ed hanno riportato alla memoria l’infortunio di Deborah Compagnoni nel supergigante olimpico di Albertville ’92. La giovane sciatrice bresciana era impegnata in un supergigante di Coppa del Mondo, a St. Moritz. Dopo neanche trenta secondi di gara una linea non ideale la fa abbassare troppo di quota. Inevitabile è l’impatto con una porta, che avviene a circa cento chilometri orari. Nadia viene disarcionata e si scompone, le gambe si aprono, subiscono una torsione impressionante... purtroppo gli sci non si staccano e tutta l’inerzia si scarica sulle ginocchia. Un guaio!
La sequenza fa il giro del mondo. Sui grandi media si parla dell’incidente: è dato risalto al grido di dolore, alla sequenza (fotogramma dopo fotogramma) della caduta e, poi ancora, si parla della sorella che non voleva partire dopo avere saputo dell’incidente, etc. E’ cronaca, ed è giusto darne risalto. Nessuno però dei media (compresi quelli di settore che dello sci agonistico fanno la propria “mission”) hanno puntato il dito sugli attrezzi, in particolare sul sistema sci/attacco: la vera causa del grave infortunio di Nadia. Ma come è possibile che nessuno si sia posto la domanda? Diciamola tutta, nel 2010 un’atleta dovrebbe essere messa nelle condizioni di potere, scusate il gioco di parole, tornare a casa con le proprie gambe dopo una caduta del genere. Invece non è così. In realtà quel che conta è non perdere lo sci in gara, quindi: le molle sono “tirate” eccessivamente; a ciò si aggiungono sistemi di apertura che non sono certo quelli delle versioni commerciali che usiamo tutti noi, infatti, offrono meno svincolo.
IL PUNTO
La tecnologia applicata ai sistemi di sgancio nel mondo racing è antiquata, non ha seguito il passo delle performance degli sci (maggiore velocità degli atleti) e, pertanto, l’intensità delle forze coinvolte. Allora perché non pensare ad evoluzioni del sistema scarpone/attacco/sci. Possibile che la tecnologia che tutt’oggi viene adottata è su per giù la stessa di vent’anni fa, possibile che nessuno metta in agenda la questione?
Perché non pensare di inserire sistemi elettronici (ce ne sono di minuscoli) sulle gambe che, nel caso gli arti stessi assumano una posizione a rischio, possano dare input all’attacco (non ovviamente le versioni attuali) di predisporre l’apertura. Oppure, dei sensori che possano leggere la posizione dello sciatore rispetto agli sci e, come detto, predisporre l’apertura.


C’è bisogno di un evoluzione, di un salto di qualità. Intanto Nadia si deve accontentare di un “in bocca al lupo!”.