17/10/2011 - News - Cultura
L'alpinismo oggi su Montebianco
Denis Urubko, il "top" dell'alpinismo contemporaneo.
Il numero di ottobre della nostra rivista segna una svolta: nuova grafica, nuovi contenuti. Fra quelli tecnici anche un pezzo sulle nuove frontiere e i nuovi protagonisti dell'alpinismo globale. Ma chi sono costoro? Oltre agli italiani Hervé Barmasse e Simone Moro, tanto per citarne qualcuno, c'è il kazaco Denis Urubko (nella foto), uno dei più forti interpreti del verticale contemporaneo.
Proponiamo di seguito l'incipit dell'articolo di Lorenzo Scandroglio che, nel numero di ottobre della rivista Montebianco, si sofferma sui volti e le frontiere dell'alpinismo odierno.
Nuove creazioni dell’alpinismo oggi. Chi sono i protagonisti, ma soprattutto, cos’è l’alpinismo creativo, se così si può definire? Non stiamo parlando di quelle salite da trapezisti circensi che se ne inventano di tutti i colori per fare una pseudo “prima” di una montagna salita già centinaia, quando non migliaia di volte, ma di capacità di inventare nuove mete verticali, anche là dove una vetta è già stata “conquistata”. “Tutto è già stato fatto, tutte le montagne sono già state salite da ogni versante”, sostengono gli scettici. A ben guardare non è così… Le mete si inventano, è la fantasia che manca. Così succede che in assenza di inventiva si fa largo la stravaganza. Avrete sentito di qualche prima salita dell’Everest da parte di un cieco, del più giovane o del più vecchio ad aver scalato il Monte Bianco, e via strabiliando. Manca poco che sentiremo di alpinisti che salgono saltando su una gamba sola. Niente da dire sulla grandiosità di un’impresa da parte di un ipovedente, ci mancherebbe. Quel che sfugge in tutto questo è che invece di concentrarsi sulla montagna ci si concentra sulle condizioni dell’uomo che la scala.
Come si fa allora ad inventarsi scalate che facciano sognare, nuove a loro modo, se le montagne che attraggono gli alpinisti sono sempre le stesse da centinaia di anni (le Alpi), o da diverse decine (gli ottomila)?
L’invenzione dei 14 ottomila
Se vogliamo quella di raggiungere la cima di tutti e 14 gli ottomila è stata una geniale invenzione di Reinhold Messner. Può darsi che qualcuno ne abbia parlato, sulla carta, già prima di lui, ma è lui che ha creduto e cominciato a inseguire questo obbiettivo (tra il 1970 e il 1986), tanto che, poi, anche altri hanno cominciato la corsa agli ottomila e ne è nato un club esclusivo. Tutto questo significa che la meta non esiste di per sé ma sono gli uomini che la costruiscono: non è un caso se gli americani, che le montagne le misurano in piedi e non in metri, non hanno percepito altrettanto fortemente, almeno all’inizio, questo obbiettivo. Poi la corsa agli ottomila ha conquistato molti scalatori di tutto il mondo e nella cronaca di questi ultimi due anni si è sentito spesso parlare del traguardo raggiunto dalla prima donna, nonostante la polemica tra la coreana Oh Eun Sun (a cui non è stata riconosciuta una cima), la spagnola Edurne Pasaban (che è salita spesso grazie all’organizzazione e al supporto logistico dei super alpinisti della trasmissione “Al filo de lo imposible” della TV iberica di stato) e l’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner (quella che probabilmente ha fatte le cose seguendo una certa etica). Alla corsa, suo malgrado, stava partecipando anche le “nostra” Nives Meroi finché un problema di salute del suo compagno di cordata e di vita Romano Benet ha messo un punto alle sue spedizioni sui giganti della terra.
Ma perché gli alpinisti di una parte del mondo – quella che considera piedi e pollici quali unità di misura - non ha partecipato, o lo ha fatto in proporzioni minori, a questa sorta di competizione? La soglia di 8000 metri, che è una cifra tonda chiara, corrisponde a 22408 piedi, che è un numero articolato, difficile da imprimere nell’immaginario e che, quindi, sembra troppo arbitrario. Proviamo a immaginare il contrario: perché si dovrebbe pensare di conquistare tutte le montagne più alte di 8253 o 7642 metri?
Nuove generazioni
Fra le nuove generazioni ci sono, in Italia e nel mondo, scalatori che non cercano necessariamente lo show pirotecnico sugli ottomila, anche se qualcuno è stato capace di uscire dal circolo vizioso e seriale delle vie Normali per inventarsi qualcosa che avesse un senso. Il kazako Denis Urubko, per esempio, è stato quello che, negli ultimi anni ha saputo interpretare nel modo più creativo la sua personale collezione di 8000: qualche via Normale c’è, è inutile negarlo, ma soprattutto ci sono nuove linee, la ricerca di passaggi verso la vetta frutto di uno studio personale della morfologia della montagna per individuare i couloir, le creste, le pareti che si presentavano logici da una parte ma anche estetici dall’altra. Sul Cho Oyu (8201 m), per esempio, che per la maggior parte è l’ottomila più semplice (anche se di semplice a livello fisico, sopra una certa quota, non c’è mai nulla), Urubko non si è accontentato di arrivare in cima a mettere la sua bandierina e scattare la foto di rito. Che emozione avrebbe provato lui, alpinista fortissimo che aveva già scalato tutti i più difficili ottomila? Ecco che allora ha tracciato una via ben più impegnativa, su un altro versante, che attraversava anche una sezione di roccia dove ha scalato con le scarpette da arrampicata sportiva. Del Kazako consiglio, per capire chi è e cosa ha fatto, il recente “Malato di alpinismo” (Priuli e Verlucca).
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lorenzo.scandroglio@gmail.com
Leggi tutto l'articolo nel numero in edicola nel mese di Ottobre 2011 della rivista Montebianco
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